U67

Abbiamo intervistato U67, una practice fondata a Oslo nel 2013 da Angela Gigliotti e Fabio Gigone, dal 2015 con sede ad Aarhus (Danimarca). Fabio Gigone (1978) si laurea in Architettura allo IUAV di Venezia e nel 2005 è co-fondatore di ‘Salottobuono’.
Angela Gigliotti (1986) si laurea al Politecnico di Milano e Torino, ottiene un diploma all’ ASP (Alta Scuola Politecnica),e collabora prima con Salottobuono e poi con Stefano Boeri.
Tra le attività principali collaborano con la Scuola di Architettura di Aarhus, con la Norwegian University of Life Sciences di Ås (Norvegia) e con il Danish Institute for Study Abroad Copenhagen. 

Angela: Siamo arrivati ad Oslo grazie ad un’opportunità: Fabio era stato invitato alle critics nella Facoltà di Architettura a Oslo e in quella occasione ci hanno offerto di collaborare su dei concorsi, un’esperienza che doveva durare tre mesi…poi i concorsi li abbiamo vinti e siamo rimasti lì due anni. Al termine di questa esperienza abbiamo iniziato a sviluppare altri progetti in una scala diversa e a collaborare in modo sempre piú costante con l’Universitá.

U67-Et sted å være
Et sted å være 
Client: Nasjonalmuseet Arkitektur / National Museum of Architecture, Oslo, Norway
Exhibition design and Drawings by U67 (Angela Gigliotti, Fabio Gigone) 
Photos by: Luca Tenaglia
U67-Et sted å være-6
Et sted å være 
Client: Nasjonalmuseet Arkitektur / National Museum of Architecture, Oslo, Norway
Exhibition design and Drawings by U67 (Angela Gigliotti, Fabio Gigone) 
Photos by: Luca Tenaglia

r.: Si parla molto della “crisi dell’architetto” in Italia creando un sentimento di sconforto tra le nuove generazioni. Voi come vedete questa idea di “crisi” nel futuro?

A.: Uno dei temi che affrontiamo nei nostri progetti è il rapporto tra il sistema economico e il ruolo dell’architetto: quando siamo arrivati in Norvegia ci siamo accorti che il nostro background era molto diverso da quello in cui ci stavamo per insediare. Usiamo la parola ‘oddity’ per descrivere questa “stranezza” di una condizione degli architetti che è un po’ lontana da una confort zone a cui forse per molto tempo le generazioni prima sono state abituate. Questa ‘oddity’ genera chiaramente delle potenzialità, nuovi modi di produzione, quindi la crisi di cui si parla viene affrontata e coinvolge in modi diversi i diversi paesi d’Europa. Ad esempio la Norvegia non é stata coinvolta dalla crisi del 2008 perché vive una situazione d’eccezione che si basa su un’economia legata al petrolio. Anche la Danimarca ha un forte sistema di welfare dove però le situazioni di crisi sono altre.

Fabio: La crisi è anche un punto favorevole per capire e guardare al meglio i posti che ci hanno ospitato prima ma soprattutto l’Europa in genere che vive situazioni diverse. Sono perlopiù delle crisi di coscienza, soprattutto per la nostra generazione, perché bisogna capire veramente come stiamo lavorando e anche per cosa si sta lavorando.

A.: Sicuramente il festival (New Generations Festival n.d.r.) o occasioni come queste sono un un modo per guardarsi, capirsi, confrontarsi e cercare di guardare quali sono le strategie, i meccanismi, i modi di produzione che l’architettura sviluppa nelle diverse latitudini.

U67_Index Room_P31
Index Room is an ongoing research by Angela Gigliotti
Exhibition design by U67 (Angela Gigliotti, Fabio Gigone) 
Photos by: Luca Tenaglia
U67_Index Room_P11
Index Room is an ongoing research by Angela Gigliotti
Exhibition design by U67 (Angela Gigliotti, Fabio Gigone) 
Photos by: Luca Tenaglia

r.: Trovate delle differenze tra l’Italia e gli altri paesi europei nella facilità, o meno, di creare la propria vita professionale e il proprio studio? Perché?

A.: Legandoci ancora una volta al sistema economico, tutto dipende da quella che è la situazione politica o la situazione di welfare che diversi paesi europei hanno saputo creare, come ad esempio le ‘legacy’ negli anni dal dopoguerra in poi. Chiaramente i paesi scandinavi, oggi largamente proposti come modello offrono situazioni molto diverse, dove le condizioni del lavoro sono molto più tutelate. Tuttavia questo ha forse la pecca di non garantire la figura di un freelance, quindi l’idea della libera professione. Aprire uno studio ha dei pro e contro sicuramente: nel momento in cui viene tutelato troppo il lavoro dipendente vuol dire che la tua libertà personale di essere ‘professionista’ è meno avvantaggiata che in altri paesi come l’Italia o il Sud Europa in generale. Questo genera delle situazioni asimmetriche di lavoro, dove si sfrutta quella che è la forza-lavoro. Noi ci siamo trovati all’estero un po’ per scelta nel momento in cui c’è stata data un’opportunità, ma non per necessità. Noi avevamo entrambi un lavoro che funzionava e che avremo potuto portare avanti, ma quello che avevamo alle nostre spalle ci ha permesso di vedere in modo diverso anche le occasioni che venivano da fuori. La visione pessimistica dell’ ’andatevene dall’Italia’ è abbastanza sbagliata per come viene posta: facciamo parte di questa generazione che ha vissuto, più che nei singoli paesi, in un’Europa in cui il viaggiare e lo studiare all’estero sono diventati una base importante e necessaria nella nostra formazione, incontrare realtà diverse è alla base di quello che poi ognuno di noi ha conosciuto e fatto, quindi il contesto fisico del lavoro e quello del progetto non sono piú vincolati.

 

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Effimero: Or the Postmodern Italian Condition is a research project by Léa-­Catherine Szacka.   14th La Biennale di Venezia, Architecture, Monditalia at Corderie dell ́ Arsenale              Exhibition design and Art Direction by U67 (Angela Gigliotti, Fabio Gigone)                             Graphic and Photos by Valèrie Paquette Multimedia Support by Julien Sage-­Thomas

r.: Come avete avuto il vostro primo lavoro come architetto/studio di giovani architetti e che tipo di progetto è stato? 

A.: Forse i primi lavori sono legati a un network che si è costruito e accumulato negli anni. Abbiamo avuto vari primi lavori, i primi contratti forse all’interno dell’università come ricercatori o professori  proponendo progetti o rispondendo a dei bandi aperti che l’università proponeva.

F.: Ma anche lavori che sono nati da esperienze che abbiamo avuto in Italia, quindi molta esperienza nell’editoria e publishing, abbiamo continuato a collaborare anche con le persone che conoscevamo prima o abbiamo conosciuto dopo. Abbiamo lavorato anche per delle mostre, ad esempio ad Oslo da giugno a novembre scorso abbiamo allestito una mostra per il Museo Nazionale d’Architettura, un lavoro che nasce da contatti che abbiamo preso ad Oslo, ma in verità sviluppati poi andando via da Oslo. E’ una particolarità un po’ strana ma tipica della Norvegia, che è un ambiente che usa e si fa usare attraverso delle regole e relazioni particolari: non essendo norvegesi ma stando in Danimarca abbiamo dei vantaggi. Adesso ad esempio stiamo lavorando molto più in Norvegia rispetto a quando vi abitavamo.

A.: Si, forse c’è sempre bisogno di un tempo in ogni ambiente culturale per assimilare altre esperienze che in un primo momento sembrano molto diverse. Quando siamo arrivati in Norvegia la nostra esperienza era molto legata al progetto, alla sua rappresentazione o all’editoria… la tradizione scandinava invece è molto più legata al making e alla realizzazione, poco al disegno, quindi anche il nostro contributo all’interno dell’università lavora tanto sul progetto e sul valore che la sua rappresentazione, il disegno, ha nel progetto.

U67_Kristiansand 1
Norge
a project by U67 (Fabio Gigone, Angela Gigliotti)
Photos by U67

 

U67_Nord Sjøen
Norge
a project by U67 (Fabio Gigone, Angela Gigliotti)
Photos by U67

 

Interview to U67

We met U67, a practice founded in Oslo in 2013 by Angela Gigliotti and Fabio Gigone and based in Aarhus since 2015. Fabio Gigone (1978) graduated in Architecture at the IUAV of Venice in 2005 co-founded“Salottobuono”.
Angela Gigliotti (1986) graduated at the Politecnico of Milan and Turin, she got a diploma from ASP. She firstly collaborated with Salottobuono and then with Stefano Boeri. U67 works with the Aarhus School of Architecture, with the Norwegian University of Life Sciences of Oslo and with the Danish Institute for Study Abroad in Copenhagen.

Angela: We arrived to Oslo thanks to an opportunity: Fabio was invited at the critics in the School of Architecture of Oslo and in that occasion they asked us to collaborate on some competitions, it was supposed to be a three months collaboration but ended up lasting two years. After these projects we started to work on projects on different scales and to collaborate with the Academia more constantly.

r.: We use to talk about “the architect crisis” in Italy, an that causes the growth of a feeling of despair and hopelessness between the new generation. What do you think about that idea of “crisis” in the future?

A.: We always try to investigate the relationship between the role of the architect and the economic system trough our projects. When we first arrived in Norway we realized that we were entering a new world, completely different from our  background. We use the word “oddity” to describe this odd condition of architects that is quite far from the “comfort zone” in which the past generation lived. That “Oddity” obviously generated opportunities and new modes of production: the crisis we are referring is faced involving several ways, the whole Europe.

F.: The crisis is also a vantage point to understand and look to the places we came from and in particular Europe that lives different realities. It is more a crisis of conscience , especially for our generation, because we have to understand how and for what aim we are working. 

A.: The New Generations Festival and similar occasions are definitely a good way to face and understand the strategies, the mechanisms and the production methods that the profession develop across the world.

r.: Have you found any difference between Italy and other European countries about the ease, or not, of create one’s own professional life and studio? Why?

A.: Coming back to the economic system, everything depends on the political and welfare situation that each country created, and for instance the legacy after the World War II. Scandinavian countries are largely seen as models and they offer protected working conditions. However, perhaps, this makes it harder to work as freelance, so decisions like setting up your own practice has some pros and cons. That means that your personal freedom to be an independent worker is less encouraged than in other countries such as Italy or Southern Europe in general. This generates asymmetrical work condition that exploit the labour bodies. We can say that we choose to work abroad because at that time we had an opportunity, but we didn’t do it out of necessity. We both had jobs that we could have carry on, but our background allowed us to see in a different way the occasions that came from outside. The pessimistic view of ‘going away’ is quite wrong in general: we are all part of this generation grown up in Europe more than in specific countries, where traveling and studying abroad become part of our education, so the workplace and the project site are no longer binding.

r.: How did you get your first job as an architect / studio of young architects and what kind of project was it?

A.: Perhaps our first works were related to a network that has been built over the past years. The first contracts we had was within the university as researchers or professors simply by proposing projects or answering to open call that the university announced.

F.: But also works that came from experiences that we had back in Italy, such as in publishing; so we continued to collaborate with the people we knew before or we met later. We also worked for exhibitions, for example in Oslo last year we design and directed an exhibition for the National Museum of Architecture that lasted 6 month, a work that comes from contacts we met in Oslo but developed leaving Oslo.

It is a peculiarity a bit strange but typical of Norway, that is an environment that has sort of special rules for network and relationships: not being Norwegian but being based in Denmark we have advantages. We are now working more there than when we used to live in.

A.: Yes, perhaps there is always a need for a time in any cultural environment to assimilate other experiences that at first seem very different. When we arrived in Norway our experience was very linked to the project and its representation or to the editorial realm … the Scandinavian legacy is instead much more related to the “making” and the “craft”, not so much to the drawings, so also our contribution within the university works a lot on the project and on the value that its representation, the drawing, has in the project itself.

Thanks to U67!”

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