Fosbury Architecture

Abbiamo intervistato Fosbury Architecture, giovani architetti italiani under 30 per cercare di capire, anche attraverso le loro scelte, quali sono le possibilità che questa professione offre. Come lavorano? Dove lavorano? Su cosa lavorano? È ormai chiara la “crisi dell’architetto” in Italia, soprattutto per la nuova generazione. Tuttavia, vogliamo dimostrare che probabilmente un futuro esiste.. 

Siamo Fosbury Architecture, io sono Alessandro [Bonizzoni n.d.r] e lui è Nicola [Campri n.d.r.] e siamo un collettivo di progettazione e ricerca, con sede sia a Milano sia a Rotterdam. Ci siamo incontrati al Politecnico di Milano dove frequentavamo corsi diversi. Avevamo soprattutto attitudini molto diverse tra di noi ma in compenso avevamo in comune una formazione simile: da quel momento abbiamo deciso di aprire uno studio.

Fosbury_CAB_4
photo courtesy of Fosbury Architecture –  J’AI PRIS AMOUR Chicago, USA
September 2017, exhibited at
Chicago Architecture Biennal
Fosbury_CAB_6.jpg
photo courtesy of Fosbury Architecture –  J’AI PRIS AMOUR Chicago, USA
September 2017, exhibited at
Chicago Architecture Biennal

 

r :  Si parla tanto della “crisi dell’architetto” in Italia creando un sentimento di sconforto tra le nuove generazioni. Voi come vedete questa idea di “crisi” nel futuro?

Alessandro : Credo che ognuno risponda per sé stesso, non basta essere un collettivo per avere un’idea monolitica. E’ ovvio che quando decidi di lavorare insieme non hai nessun dubbio che il clima, nonostante sia segnato negativamente dal fattore economico, sia estremamente positivo in termini di opportunità. Mai come adesso per i giovani, sebbene è raro che vengano commissionati loro dei lavori, le opportunità sono infinitamente maggiori rispetto ad una volta, soprattutto grazie a nuovi modi di comunicare e diffondere notizie. Noi stessi abbiamo una visibilità, una proiezione internazionale che  un nostro coetaneo quindici anni fa non avrebbe avuto: avrebbe dovuto fare tutt’altro tipo di gavetta per forse arrivare su una rivista e poi da lì, eventualmente, essere inserito dentro ad una mostra. A noi questo è stato risparmiato e la visibilità non manca.

Nicola: La natura dei progetti che ci ritroviamo a realizzare sono spesso tangenti ad altre discipline, non sempre per scelta ma principalmente per le diverse opportunità che questi offrono, questo è inevitabile dato il cambiamento del mercato in cui possiamo lavorare: talvolta coinvolge l’editoria, talvolta la curatela, a volte il mercato dell’arte e dell’installazione. Ci siamo ritrovati a fare queste cose per scelta o meno, ma possiamo affermare che il panorama architettonico è effettivamente cambiato, così come la natura del progetto in sé (nonostante non siano cambiati gli strumenti, o almeno quelli che noi decidiamo di utilizzare). Anche di concorsi ce ne sono sempre molti. Hanno più o meno tutti le stesse limitazioni e le stesse premesse,ma quasi sempre non giungono che ad una fase preliminare. Fondamentalmente nel nostro paese non esiste un mercato che dia ai giovani la possibilità di poter realizzare qualcosa e, nei concorsi,  portare un progetto fino all’esecutivo è molto difficile . Per esempio anche FALA atelier ha iniziato facendo concorsi ma hanno poi sfruttato quella che è una peculiarità del mercato portoghese, ovvero un mercato immobiliare estremamente fluido. Le città si sono spopolate, soprattutto dai giovani, e ci sono imprenditori pronti a rimettere in sesto alcune case per piccoli prezzi. In questo contesto loro propongono un format estremamente monolitico, un gusto molto accettabile, raffinato e probabilmente molto economico, contingente al mercato in cui stanno. Credo che un’esperienza del genere sia difficile da riprodurre in un mercato estremamente più borghese, saturo e predeterminato come quello milanese, almeno quello che conosciamo e in cui ci ritroviamo, dove il costruito è estremamente consolidato. I clienti hanno già un’idea di quello che vogliono venga fatto, non ci sono case spopolate o parzialmente abbandonate o privati interessati a svendere i propri immobili; tutti hanno consapevolezza di quello che stanno vendendo e queste occasioni immobiliari e di edilizia sono quasi del tutto assenti.

A: FALA atelier sono forse uno dei pochi studi che fanno veramente architettura alla vecchia maniera: non fanno fanzine, non fanno servizi per l’arte né curatele, fanno architettura come si faceva un tempo e lo fanno anche con un occhio molto attento ad alimentare il proprio studio.

: si sono sempre occupati del manufatto architettonico, mai della larga scala e mai del design più stretto.

r : Come avete avuto il vostro primo lavoro come studio di giovani architetti e che tipo di progetto è stato?

A: Forse la prima cosa che abbiamo fatto insieme è stato il Padiglione di Blablacar , ma in realtà le soddisfazioni sono venute tutte dai concorsi. Noi siamo nati quasi involontariamente: durante l’università abbiamo iniziato a fare concorsi, tra l’altro in gruppi sempre diversi. Poi chi ha resistito di più ha fondato con noi Fosbury Architecture. Le soddisfazioni venivano dalle vittorie, purtroppo non da primi posti, ma comunque da altri tipi di riconoscimenti.

FA_website_blablacar_picture-2_1340_c
photo courtesy of Fosbury Architecture – BLABLACAR Milan, Italy
Fuori Salone
April 2016

N: Abbiamo poi scelto (in realtà anche un po’ involontariamente) forse per attitudine, o forse perché molto condizionati dalla scuola che facevamo, un percorso privo di alcun tipo di dogma o linguaggio specifico da seguire, molto più votato alla stesura di un processo piuttosto che di risultati architettonici definiti. Ci siamo sempre distinti nei concorsi come voce alternativa, alle volte addirittura critica rispetto alle premesse del bando stesso. Ci riunivamo rispetto ad un’idea che dava la precedenza ad una visione etica piuttosto che estetica dell’architettura: la parte estetica nel nostro lavoro, sebbene ricopra un ruolo essenziale, è sempre subordinata alle premesse del progetto. Essendo poi sempre stati in tanti (nella nostra massima espansione siamo stati in otto) era molto più facile collaborare tra di noi tramite un’idea di mondo piuttosto che tramite un design. Lavorare in tanti su una forma è estremamente più complicato.

A: Alla fine quando si costruisce una narrazione coerente il progetto viene fuori istintivamente.

N: Rispondendo alla domanda un po’ più direttamente,  forse nessun lavoro commissionato (che ci aspettiamo arrivi presto) è riuscito a conciliare veramente il nostro metodo operativo. I lavori commissionati più importanti per noi sono stati gli inviti alle biennali. La Biennale di Venezia, dove abbiamo proposto un progetto su Marghera [in occasione della mostra Up! Marghera on stage curato dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia coordinato dal Comune di Venezia, all’interno della 15. Biennale di Architettura di Venezia ‘Reporting from the Front’ n.d.r.], è stata per noi estremamente interessante perché ci ha permesso di affrontare dei temi che non avevamo modo di affrontare precedentemente: quello di un’architettura post-umana. La recente partecipazione alla biennale di Chicago dal titolo ‘MAKE NEW HISTORY’  invece ci ha dato la possibilità di utilizzare la storia per ispirare il futuro ma anche il presente. Questa disciplina, che utilizziamo quasi naturalmente, è a noi effettivamente cara, figlia sia del contesto in cui ci siamo formati, sia degli interessi che abbiamo. Ci siamo trovati estremamente affini con il contesto in cui siamo stati chiamati ad esporre. È ovvio che il nostro desiderio non è quello di diventare esclusivamente dei “biennalisti” o di proporre soltanto progetti speculativi, ma purtroppo proteggere quella percentuale di “utopia” (anche se ad Alessandro non piace il termine!) dentro ai progetti commissionati è più complicato. Ci aspettiamo di riuscire a farlo in futuro. Anche gli architetti che abbiamo studiato ad un certo punto hanno trovato l’occasione del Progetto. A noi interessa in particolar modo il design radicale, la mostra al MOMA del ’72 sul design italiano… Era  effettivamente un’epoca di tentativi sfrenati dove le marche del design industriale provavano a sperimentare in maniera estremamente eterogenea e libera. Trovare adesso quel tipo di interlocutore, tanto propenso a sponsorizzare questo tipo di approccio è impossibile. Abbiamo, comunque, già avuto esperienza in lavori di ristrutturazioni e architettura di interni, ma poi, purtroppo (o per fortuna), subentra il volere del committente con cui bisogna relazionarsi. Un giovane architetto viene chiamato per un lavoro perché probabilmente propone un budget basso. Credo che sia per noi  al tempo stesso una sorta di alibi estremamente forte che noi sfruttiamo a pieno: in qualche modo ci vengono scontate alcune ingenuità, alcune scelleratezze che diciamo o facciamo, o qualche possibile errore progettuale.Tutto sommato, è anche un mercato che offre tante esperienze.

zoom agronica-camping modificato
photo courtesy of Fosbury Architecture – M.U.R.O May 2016
exhibited at
Biennale di Architettura 2016
Venice, Italy

 

zoom iperbuilding modificato
photo courtesy of Fosbury Architecture – M.U.R.O May 2016
exhibited at
Biennale di Architettura 2016
Venice, Italy

r :  Trovate delle differenze tra l’Italia e gli altri paesi europei nella facilità, o meno, di creare la propria vita professionale e il proprio studio? Perché?

A: È scontato dire che ci sono maggiori possibilità all’estero, senza vedere l’estero come un ente astratto. Però, noi ci siamo formati in Italia e vogliamo stare in Italia e ne abbiamo fatto un’attitudine condivisa. In ogni caso lo studio non si forma qui, assolutamente: guardiamo all’estero come una possibilità quotidiana. Per essere chiari, la componente olandese non è agevolata a fare la professione: la condizione lavorativa è migliore perché c’è più lavoro ma la condizione del lavoratore all’interno del mondo del lavoro non è migliore. Le differenze vere stanno irrimediabilmente negli enti statali e nelle interazioni con i fondi privati. Abbiamo avuto a che fare con fondazioni private olandesi per il seguito di Europan [concorso di idee, anno 2015, n.d.r.], che abbiamo vinto due anni fa, e abbiamo tastato con mano la grande propulsione delle fondazioni ad aiutare pubblico e privato, sponsorizzando la realizzazione di giovani idee, bandendo concorsi, ed elargendo borse di studio che, inevitabilmente, foraggiano la produzione intellettuale.

FA_website_te-huur_the-field_1080
photo courtesy of Fosbury Architecture – TE HUUR EUROPAN 13
Leeuwarden, Netherland
June 2015
competition 1st Prize

 

hurrr .jpg
photo courtesy of Fosbury Architecture – TE HUUR EUROPAN 13
Leeuwarden, Netherland
June 2015
competition 1st Prize

N: È forse una mia impressione ma, secondo me, soprattutto le fondazioni non sono così ibridate con le municipalità o con la politica; all’estero hanno un’autonomia estremamente maggiore rispetto a quelle italiane. Qui, solitamente, quando vengono elargiti dei fondi, si fa sempre riferimento a processi politici, tra comuni e regioni, che hanno delle tempistiche lentissime e, inevitabilmente, a scadenza, sempre in balìa degli esiti delle elezioni e delle diverse decisioni delle diverse giunte.

A: Anche la figura dell’architetto ha una dignità ben diversa all’estero; in Svizzera, ad esempio, viene riconosciuta come una professione estremamente necessaria, essenziale, o in Portogallo, nonostante l’architetto sia una figura decadente, viene riconosciuto potremmo dire quasi come un eroe mitologico che combatte contro il decadimento di uno Stato.

N: È anche un fatto demografico, in Italia c’è un architetto ogni 400 persone, una massa critica così ampia ha un valore estremamente più basso dal punto di vista di domanda e offerta.

A: Si può lavorare dall’Italia con tutto il mondo senza necessità di scappare, si viaggia tanto anche da qui, quindi non è obbligatorio andare via per lavorare con l’estero… Non è neanche obbligatorio lavorarci. L’occasione è interessante, non è che sia più semplice. Anche in Italia si possono ricevere molti finanziamenti o partnership europee e/o internazionali. Si può lavorare col mondo da qui, un computer e una buona connessione e si va in America!

N: Ci sono ad esempio i KOSMOS, uno studio di architetti russi che sono, fisicamente, in tre continenti diversi e riescono a portare avanti uno studio estremamente capace con risultati evidenti. Confido nel fatto che si possa fare!

 

Interview to Fosbury Architecture 

We met with under 30 italian architects to try to better understand through their stories and experiences which are the possibilities and perspectives for the young architects of today. How do you organize your work ? Where do you work? What do you work on?It’s now very clear the “architect crisis” in Italy, mainly for the new generation ( our generation). However we would like to prove that there is a future for us in Italy. We are Fosbury Architecture, I am Alessandro ( Bonizzoni ndr) and he is Nicola (Campri ndr) we are a research and design group based in Milan and Rotterdam.

We met at the Politecnico University of Milan where we were attending different courses. There are a lot of differences between us but in the end we had the same background and from that moment from we decided to set-up our own studio.

r: The “architect crisis” in Italy is building up a lot of discouragement in the new generations. What do you think about this “crisis” ? How is going to affect our future ?

Alessandro: I think everyone has his own responsibilities, being part of a group doesn’t mean to have a monolithic idea. It’s clear, especially when you work as a team, the economic situation in which you have to built yourself up, an environment that is so fragile and difficult but at the same time full of opportunities. The digital world of communications that creates easy and fast connections has changed our work and generates a lot more opportunities for everyone especially young practices, to be seen and known. We for example, we have a good international visibility that fifteen years ago someone like us couldn’t even dreamed about.

Nicola: The kind of project that we work on are usually not only about architecture, and this is not always a matter of choice as the things we are able to work on are many different as the opportunities that we have as architects. We happened to work in editorials, installations, art and even managing exhibitions. Even if somehow wasn’t always our choice we can agree that the architecture panorama has definitely changed as well as the kind of projects we can work on, they developed as the tools we use or that we decide to use today. Competitions represent good opportunities for everyone, but in our country they have different structure and rules; even when you win the competition you are involved in the project until the design phase and in the end it’s very difficult to really be able to build it. Even FALA atelier at the beginning used to work on competitions but they have then started to work on residential project  that is a market full of opportunities in Portugal. They have an elegant style very likeable and probably affordable that is great for the portuguese market. I think that a same experience would be much more difficult to achieve in Milan where is very difficult to build something new in accordance to the building environment. Clients have very clear ideas of what they want and nobody wants to sell off their properties so the chances to really build something , again, are just a few.

A: In my opinion FALA atelier are maybe one of the few architecture studio that works as architects used to.  They design architectures and nothing more, being very coherent with their ideas and concepts.

N: They have always worked on architecture design projects and never on landscape or urbanism or design itself.

r: How did you hold your first job as an architect/architect office and which kind of work was it?

A: The first project we worked on as a team was the pavilion for Blablacar but the more satisfying results came from competitions. At the beginning we were only a group of students working together on competitions and then after few winnings some of us decided to found Fosbury Architecture. We were not first prize winners but that started to build up our confidence.

N: We choose to work without restrictions or preconceived notions in order to developed a method more than a design style. Our works are always peculiar and different from the others, even in competitions. We always thought that in architecture and in our projects ethics comes before esthetics. Working in a large team (8 as maximum) we found easier to work following a path and an idea more than a specific design even because is much more complicated to jointly work on the esthetics of a project rather than sharing thoughts and concept ideas.

A: In the end when you focus on a coherent concept the design comes out as a natural consequence.

N: To answer your question properly, maybe none of the project we worked on has been able to show our method. The project we liked the most were the ones that came out from the requests we had from the various Biennale we worked for: for the Venice Biennale our design was based on Marghera ( featuring the exhibition “Up! Marghera on stage” curated by the Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia and coordinated by Comune di Venezia, as part of the  15th Architecture Venice Biennale ‘Reporting from the Front’ n.d.r.) it was a great experience for us as it gave us the chance to explore the post-human architecture. Recently we took part to the Chicago Biennale “MAKE NEW HISTORY”  through which we were able to show that history can be an inspiration for the future and the present. We found ourselves truly involved in the context in which we have to think our project. Obviously our aim is not to be “biennalisti” but to protect and promote the “utopy” that is the center of our concepts, hopefully we would be able to do it in the near future. As the most celebre architects has done before, it’ll be a time for us to dedicate ourselves entirely to the architecture design.  We are always looking at radical design as reference, as for example the 1972 MOMA exhibition of italian design; it certainly was a different time in history in which industrial design was very experimental and free from boundaries. We worked on residential project as renovation and interior design but in the end we had to slightly change our ideas and deal with clients to better meet their requests. Young architects are able to come up with low budget designs that is always very appealing for clients that in certain situations were flexible enough to accept, in order to spend a little less, few small mistakes that we did as young and naive architects in our projects and building program. In the end this is an environment that offered us a lot of opportunities and where we are building our experience.

r: Do you think that between Italy and other European countries there are differences in the ease to built our proper professional life and his proper architectural office? Why?

A: It’s clear that there are much more opportunities abroad, but we studied and became architects in this country and we would like to work here as well, but the possibility of expanding in Europe is always one of our goal. We worked in Holland in which is easier to find commissions but at the same time the working conditions were the same as in Italy. The real difference is in the role of the state in financing project through the help of private investors. We worked with private dutch investors to realize the project for the Europan [ 2015 competition n.d.r.] competition that we won two years ago and we could experience how cooperation between public and private investors helps to protect artists and stimulate creativity through competitions and scholarships strengthening society’s creative powers and thus show respect for intellectual achievement.

N: I had the impression that foundations are not that linked to the city administrations and politics. I think that they are much more autonomous and fluid compared to Italy. Here public finance is a complicate process that relies on politics, elections and decisions coming from councils.

A: Architects have a significant role abroad much more than in Italy ; In Switzerland, for example, is an essential and almost necessary profession, or in Portugal, even if architecture is a decaying career the architects are like mythical heroes fighting against the decadent country they live in.

N: I think there is also a demographic problem, in Italy 1/400 is an architect. That generates a considerable imbalance between supply and demand in the building market.

A: It’s possible to work from Italy for every country of the world without necessary run away from here, it means that you are not forced to move if you want to work abroad. It’s a world of equal working opportunities, I think is interesting but not easier to work in other countries. You only need your computer and fast Wifi and you can travel to America from here!

N: There is this architecture studio KOSMOS, they are russians but they physically work from three different countries and still able to be efficient, producing successful results. I’m confident that this can be  a successful way to work !

 

Thanks to Fosbury Architecture!

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...