Nicolò Galeazzi

Abbiamo intervistato Nicolò Galeazzi, classe ’87,  architetto e fotografo. Ci ha raccontato la sua esperienza di vita e professionale. Si laurea nel 2014, fonda Atelier XYZ con Stefano Di Corato, focalizzato sulla fotografia e sul video in Architettura, e STUDIO, una pratica di Architettura, con Marco Formenti e Martina Salvaneschi. La sua vita, per ora, si divide tra Italia e Portogallo, portando avanti molti progetti. Collabora con Álvaro Siza.

r.: Expo Milano 2015, insieme a Paolo Mestriner (curatore della sezione) progetti l’allestimento di Micro-Trasformazioni 2.0 all’interno della mostra curata da Benno Albrecth Exporting The Urban Core. Da giovanissimo quale eri, e quale sei, come sei arrivato a lavorare ad un un progetto alla Triennale di Milano?

n.g.: In occasione dell’Expo 2015 la Triennale di Milano era occupata, per l’intera durata della manifestazione, dalla mostra Arts & Food rituali dal 1851 a cura di Germano Celant con l’allestimento dello Studio Italo Rota. Non potendo rimanere ferma per tutti quei mesi con un’unica esposizione, La Triennale decise di spostarsi nelle altre città lombarde per organizzare eventi collaterali all’Expo chiamati Fuori Triennale-Oltre Expo. La sezione di Brescia Exporting The Urban Core, curata dall’Architetto Benno Albrecth, affrontava i temi delle grandi trasformazioni urbane avvenute nel corso della storia. Una sotto-sezione, curata dall’Architetto Paolo Mestriner, trattava invece l’argomento delle piccole trasformazioni urbane come alternativa a quelle avvenute in passato.
Sono stato chiamato da Paolo Mestriner a progettare insieme a lui, Stefano Di Corato, Jacopo Galeazzi (mio fratello) e Mariapia Gervasi l’allestimento. Ci siamo occupati di selezionare 50 progetti di piccoli interventi nel centro storico da tutto il mondo. I progetti dovevano rispondere all’idea del “fare tanto con poco”. Un messaggio importante in questo momento di crisi economica mondiale. L’allestimento doveva anch’esso essere molto semplice ed economico per non andare in contrasto con il tema dell’esposizione. Decidemmo di creare una grande nuvola sospesa, costituita da fili di nylon ai quali venivano appese le 50 cartoline dei progetti selezionati ad altezze differenti in modo da costituire la forma prefissata. Ogni cartolina riportava da un lato il nome o del paese di appartenenza o del progetto e dall’altro lato una fotografia dello stesso. Il tutto era mantenuto in stabilità da una serie di bulloni legati all’estremità di ogni filo, mentre le cartoline erano attaccate ai fili tramite del piombo.
Volevamo comunicare, con questo semplice allestimento, un primo grado di lettura dei progetti. Il fruitore avrebbe poi provveduto individualmente ad approfondire le opere che lo colpivano e interessavano maggiormente. La grande nuvola doveva rappresentare un messaggio chiaro e forte: “con progetti intelligenti, piccoli e capillari la città può cambiare in meglio, senza eccessivo spreco di denaro e risorse”.
Durante la conferenza di presentazione della nostra sezione ho conosciuto l’Architetto Roberto Cremascoli, che mi ha chiamato a collaborare in Portogallo con lui e con l’architetto Álvaro Siza.
Attualmente vivo e lavoro a Porto presso questi due studi oltre che gestire a distanza due piccole realtà: un atelier di fotografia e video d’architettura atelier XYZ con il film-maker Stefano Di Corato e STUDIO una pratica di Architettura insieme ai colleghi e amici Marco Formenti e Martina Salvaneschi.
Tutto è iniziato da qui.

città sospese
Città sospese © nicolò galeazzi

 

 

r.: Biennale di Venezia 2016 | Reporting From The Front. Sei nel team progettuale di Neighbourhood – Where Álvaro meets Aldo, padiglione del Portogallo curato da Nuno Grande e Roberto Cremascoli. Qual era l’obiettivo del padiglione? Cosa vuol dire stare dietro le quinte di un’esposizione così importante a contatto con un grande maestro dell’architettura come Álvaro Siza?

n.g.: Il Padiglione del Portogallo è stata una grande avventura professionale e umana. Ho lavorato a questo progetto sia come progettista nel team costituito da Roberto Cremascoli, sia come fotografo. Con la biennale Reporting from the front Aravena (curatore generale) chiedeva ad ogni singola rappresentanza nazionale di parlare di quell’Architettura che lavora al limite, in circostanze difficili, che affronta sfide impellenti. Di quell’ architettura che, nonostante la scarsità di mezzi, esalta ciò che è disponibile invece di protestare per ciò che manca. I curatori del Padiglione del Portogallo decisero di dedicare per la prima volta nella storia della biennale di Architettura l’intero padiglione nazionale ad un solo artista: Álvaro Siza. L’idea era quella di tornare nei 4 quartieri di edilizia popolare progettati dal maestro (Porto, Berlino, Aia e Giudecca) e far parlare l’architetto con gli abitanti delle sue opere dopo molti anni dalle realizzazioni. Il tutto è stato documentato in itinere fotograficamente da me e dal fotografo Brasiliano Jordi Burch oltre che dal cameramen Rodrigo Lobo e dai giornalisti Candida Pinto e Valdemar Cruz. Come sapete il Portogallo fa parte di quelle nazioni che purtroppo non hanno un padiglione nazionale. Ogni Biennale la sfida quindi è duplice, oltre a seguire il tema con un progetto interessante bisogna trovare una location per il padiglione. Per essere in linea con il progetto presentato, la scelta di Nuno Grande e Roberto Cremascoli è stata di allestire il padiglione al piano terra dell’edificio di edilizia popolare progettato da Álvaro Siza, in Giudecca a Venezia, rimasto incompiuto (edificio a forma di L completato solo a metà). In questo modo il “viaggio con il maestro” si è concluso all’interno di uno degli edifici da lui progettati. Il progetto di allestimento prevedeva che tutto venisse realizzato con quello che si trovava in cantiere. Così gli spazi interni dell’edificio (al rustico) sono stati tamponati con la palizzata esterna del cantiere (sulla quale c’erano scritti, e sono stati mantenuti, gli insulti dei cittadini della Giudecca stanchi di vedere un cantiere per così tanti anni fermo); le basi dei plastici che rappresentavano i 4 interventi del maestro sono state realizzate con mattoni trovati nel cantiere; i teli sui quali venivano proiettati i racconti del viaggio con Siza sostenuti da tubi innocenti, etc. Alla palizzata esterna, smontata e rimontata internamente, è stata sostituita una in OSB con attaccate grandi fotografie di 3 metri per 2 che raccontavano tutto il viaggio e i volti dei cittadini con cui Siza ha parlato. Il piano terra era diviso in 5 sezioni: La prima raccontava dell’incontro tra Álvaro Siza e Aldo Rossi avvenuto oltre che fisicamente anche metaforicamente, dato che accanto all’edificio incompiuto del maestro portoghese sorge quello del maestro italiano; la seconda raccontava del ritorno del maestro in Giudecca, la terza all’Aia, la quarta a Berlino ed infine la quinta a Porto. L’esterno del padiglione è stato rivestito da un grande telo che proteggeva l’edificio fino alla copertura con scritta la parola “vicinato” in portoghese, inglese, italiano, olandese e tedesco. La Biennale di Venezia è una grande manifestazione. Ogni due anni le eccellenze del mondo dell’Architettura si ritrovano qui. Poter essere parte di questa edizione è stata una grande emozione e un grande onore, ma soprattutto lo è stato seguire il maestro in questi viaggi. Vedere come un architetto della sua fama e notorietà sia guidato da una grandissima disponibilità. umiltà in quello che fa e amore vero per l’Architettura. Non è facile tornare dopo così tanto tempo all’età di 85 anni a mettersi in discussione affrontando in prima linea, come richiedeva Aravena, gli abitanti delle sue architetture. E’ stato straordinario vederlo chiedere consigli su come poter migliorare i propri progetti ancora oggi nonostante la sua esperienza. Rendetevi conto stiamo parlando di Álvaro Siza! Ho trovato il lavoro di Nuno Grande e Roberto Cremascoli e del nostro team in generale estremamente coerente.
Anche l’inaugurazione è stata fatta insieme a tutti i cittadini che vivono le architetture di Siza: in un grande pranzo, allestito nella calle tra l’edificio di Álvaro Siza e Aldo Rossi importanti protagonisti dell’architettura internazionale come Rafael Moneo, Francesco Dal Co, Paolo Baratta, Carrilho da Graça, Cino Zucchi e altri si sono trovati a mangiare insieme a tutti i cittadini della Giudecca e agli abitanti degli edifici di edilizia popolare progettati da Siza. E’ stato un padiglione della gente, l’architettura deve essere della gente e tornare alla gente. Ora, grazie alla mobilitazione fatta da questo progetto, il cantiere è finalmente ripartito e saremo pronti a restituire nei prossimi mesi un edificio concluso alla città.  Un’opera di Siza per la Giudecca e per l’Italia.
Questa forse è stata la più grande vittoria.

r.: Piccolo Padiglione 2017, in corso. Sei stato selezionato come architetto under 35 per l’allestimento del Piccolo Padiglione affiancato da Beniamino Servino. Cos’è il Piccolo Padiglione? Come si colloca all’interno delle esposizioni di architettura nel panorama contemporaneo?

n.g.: Qui, per la prima volta [rispetto ai tre padiglioni, n.d.r.], sto lavorando come progettista. Tutto nasce da un’idea di Roberto [Cremascoli, n.d.r.] che ha deciso di unire due format: la Serpentine Gallery (un’opera costruita da un grande architetto) e il Rolex – Mentor & Protegé (la collaborazione tra un maestro dell’architettura e un giovane, progettando ma non costruendo). Roberto sarà curatore delle prime tre edizioni. Quest’anno ha scelto come progettisti Beniamino Servino, noto architetto casertano, e me come under 35. Credo che la scelta di Roberto riguardante me sia dovuta in parte anche ad una questione di fiducia, sono ormai un anno e mezzo che collaboriamo insieme a molti progetti e tra noi è nata una grande stima professionale reciproca. Il piccolo Padiglione vuole innanzitutto riportare gli architetti italiani a considerare il nostro operato e non solamente quello degli architetti esteri (che ci creano sempre una fascinazione maggiore). A guardare al nostro paese insomma. Il secondo messaggio che vuole trasmettere il pP è l’importanza dell’apprendimento reciproco: non solo noi giovani possiamo imparare dagli “anziani”, ma viceversa anche loro possono imparare da noi in un continuo gioco fatto di contaminazioni reciproche. Al giovane viene pagato un viaggio e data l’opportunità di progettare nello studio del noto architetto selezionato. Fin’ora sono stato a Caserta nello studio di Servino e abbiamo lavorato intensamente ad un’idea progettuale. Nutro grande stima nei confronti di Beniamino e l’ho sempre seguito con grande interesse anche prima di questa chiamata. Lavorare al suo fianco è un grande onore oltre che un’impagabile esperienza.
Per ora è ancora tutto quanto in divenire, staremo a vedere…

r.:  Dove e quando si inaugura il Piccolo Padiglione? 

n.g.: Non è ancora stabilita una data precisa, ma sarà nel 2017.

r.: Il futuro dell’architetto in Italia, come lo vedi?

n.g.: In questo momento molto difficile. Principalmente (e non solo) per tre motivi direi. Il primo è di carattere economico. Il nostro paese sta affrontando un momento difficile nel settore dell’edilizia e della costruzione. Chiamare oggi un architetto è visto quasi come uno sfizio che pochi possono permettersi. Il secondo di carattere burocratico. Ci sono troppe figure professionali specializzate nel nostro paese. Questo ha fatto si che le competenze dell’architetto diventassero sempre minori. Bisognerebbe fare chiarezza e tornare a tutelare dal punto di vista progettuale la nostra figura. Il terzo è di carattere culturale. Non esiste una cultura architettonica diffusa tra le persone e i non addetti ai lavori. Bisognerebbe fare capire alle persone che l’architettura (quella buona) aiuta a migliorare le condizioni di vita, gli spazi e le città oltre a regalarci una cosa di cui abbiamo molto bisogno: la bellezza. Poi ci sarebbe da parlare dei concorsi pubblici, ma dovremmo fare un’intervista dedicata solo a quelli credo. Mi limito a dire che non funzionano, ed è un grande peccato oltre che un’occasione persa.

r.: Quanto ha influito sulla tua carriera il fatto che tu stia collaborando con Siza? 

n.g.: Ha influito molto. Lavorare con un maestro come Siza è un’esperienza umana e professionale incredibile. Una continua crescita, un continuo apprendimento. In ogni sua parola, suo gesto (anche quello che ti aspetteresti di meno) c’è da imparare. E’ un architetto molto apprezzato ovunque e non solo per i suoi progetti. Ho imparato molte cose collaborando sia con lui sia con Roberto Cremascoli. Una in particolare mi preme citare perché non scontata e soprattutto poco insegnata nelle facoltà: l’importanza delle persone come fine dei nostri progetti.

r.: La vedi come un’esperienza a lungo termine quella con Siza? 

n.g.: Un’esperienza che durerà ancora qualche anno e poi mi piacerebbe tornare in Italia e provare a “sfidare” il nostro paese.

r.:  Il fatto che il padiglione del Portogallo fosse alla Giudecca ha avuto delle implicazioni particolari?

n.g.: C’è stata una reazione da parte della popolazione locale ed era quello che volevamo. Inizialmente di mal fiducia dovuta al fatto che non pensavano che un padiglione potesse far ripartire un cantiere fermo da così tanto tempo. Mi ricordo ancora la presentazione che abbiamo fatto al circolo degli anziani. C’era tantissima gente e tutti molto arrabbiati. Successivamente la reazione è stata di incredibile partecipazione. Tutti gli abitanti sono venuti all’inaugurazione e al grande pranzo allestito tra l’edificio di Siza e quello di Rossi. Il Portogallo è stato così un po adottato dall’isola della Giudecca e anche la Biennale d’Arte di cui stiamo curando, con lo studio di Roberto Cremascoli, la produzione si terrà lì a pochi metri dall’edificio di Siza.

r.:  Come ha reagito Siza di fronte ad un suo progetto realizzato circa vent’ anni fa? 

n.g.: L’ha guardato con occhi differenti. Con gli occhi degli abitanti delle sue architetture, che l’hanno anche criticato! E lui con estrema saggezza, intelligenza, ma soprattuto umiltà ha ascoltato tutte le critiche oltre ai complimenti. Si è messo in discussione, ancora, all’età di 84 anni come sanno fare solo i grandi maestri. C’è sempre da imparare.

r.:  Quindi il Padiglione del Portogallo è al primo posto… E al secondo?

n.g.: Mi ha affascinato molto quello del Cile. Sia per i lavori esposti, sia per il display sia per la matericità che mi affascina sempre particolarmente. L’ho trovato anche molto coerente con il tema proposto da Alejandro Aravena.

r.: Tra l’altro, come atelier XYZ, avete fatto anche un reportage fotografico per il padiglione cileno, giusto?

n.g.: Sì, esatto. Cile, Turchia, Italia e quello di Zumthor. Questi sono i quattro padiglioni che abbiamo provato a raccontare fotograficamente.

r.:  Ma è stato un incarico o semplicemente un lavoro personale dell’Atelier?

n.g.: Il padiglione Italia è stato commissionato dal curatore Simone Sfriso [TAMassociati n.d.r.]. Mentre per quanto riguarda gli altri padiglioni sono state commissionati da ArchDaily e Divisare.

r.: E il padiglione peggiore?

n.g.: Più che peggiore lo definirei “quello che mi ha deluso maggiormente” (forse per le aspettative che avevo). Si tratta del padiglione della Svizzera curato da Christian Kerez architetto che stimo molto e dal quale mi aspettavo un lavoro meno autoreferenziale e più coerente con il tema posto da Alejandro Aravena.

r.: Cosa pensi dei social? 

n.g.: La comunicazione è importante. Penso a Le Corbusier che è stato uno dei più grandi comunicatori della storia dell’architettura, usando gli strumenti della sua epoca. Non dico che per essere un buon architetto si debba essere per forza un buon comunicatore, ma la storia dell’architettura insegna che spesso il binomio ha portato grandi risultati. Ci sono architetti, come Peter Zumthor, che nonostante non siano apparentemente “social” sono stati in grado di attivare una comunicazione di un altro tipo (molto intelligente e scaltra) che ragiona sull’idea di desiderio e di mistero. Quello che trovo importante è che sia la comunicazione sia la creazione della propria identità siano oneste, sincere e coincidenti con ciò che siamo veramente. Con la nostra essenza. Altrimenti non può funzionare. Oggi i socials, per la nostra generazione, sono importanti. Ci permettono di comunicare i nostri lavori, le nostre idee e di farle arrivare ad un vasto pubblico. Se usati bene possono portare grandi risultati professionali. C’è anche un lato negativo ovviamente. Ossia che questa libertà garantita dai social richiede una grande capacità critica. Infatti, rispetto ad un tempo, ci sono meno filtri e il rischio di imbattersi in cose di poca qualità o false c’è.

r.:  Cosa pensi del MAXXI? 

n.g.: Zaha Hadid non è mai stata un mio punto di riferimento, ma trovo che il MAXXI sia un’opera molto interessante. Durante l’allestimento della mostra Álvaro Siza, Sacro ci siamo trovati ad avere un problema con la mostra della sala successiva perché non sia capiva bene dove fare terminare la nostra e iniziare la loro. La direttrice Margherita Guccione ci ha poi spiegato che è un effetto voluto dalla progettista che ha pensato al museo come una forma dinamica in cui i flussi umani provenienti dalla città entrano e si muovono negli spazi liberamente senza un’inizio e una fine precisi per poi tornare alla città. Ho trovato il concetto molto interessante. Non il classico museo white box, ma qualcosa di diverso. Credo che un bravo progettista, al di là dei discorsi linguistici e stilistici debba essere in grado e avere il coraggio di rappresentare il proprio tempo. Ogni progetto è occasione di un approccio critico alla realtà e ci permette di farci delle domande a partire da cosa una tipologia significhi oggi per noi e i nostri contemporanei. Questo lato dell’architettura mi affascina molto.

r.:  Cosa stai leggendo? 

n.g.: In questi giorni sto finendo un libro molto bello che vi consiglio, L’anti oggetto di Kengo Kuma. Una critica all’autoreferenzialità dell’architettura e alla produzione di oggetti.  Una visione sicuramente diversa e controcorrente…

r.:  È vero che la figura dell’architetto in Italia è derisa rispetto ad altre parti del mondo? Perché? 

n.g.: Non so se si tratti di vera e propria derisione, ma sicuramente è meno rispettata che in altri paesi o quantomeno considerata meno utile. Forse perché abbiamo perso la nostra capacità di lavorare con un fine anche sociale, forse perché ci sono figure professionali che sostituiscono il nostro lavoro ad un prezzo inferiore, forse perché non c’è un adeguata cultura architettonica tra le persone o forse perché è stata anche colpa nostra che pian piano ci siamo sempre più distaccati dal lato pratico del mestiere e dal contatto con la gente e con le necessità della gente. In Portogallo è molto diverso.

r.:  Parafrasando Jack London: “vivere in uno spazio bello dona serenità”. Qual è il ruolo della bellezza?

n.g.: In Kubrick I protagonisti partono spesso da condizioni disagiate che vengono rappresentate anche architettonicamente e metaforicamente dalla bruttezza e poi arrivano, quasi fosse un traguardo alla bellezza. Rappresentata in ogni sua forma. Spesso nelle facoltà di architettura è vietato utilizzare questa parola che fa così paura ed è così poco “accademica”. Forse perché non tutti la sanno produrre? Non so… Mi viene in mente una frase di Niemeyer:

“Quando mi ordinano di progettare un edificio pubblico lo faccio il più bello possibile. So che le persone povere non potranno che fermarsi a guardarlo e voglio dare loro un attimo di piacere e sorpresa. Questo è un modo in cui l’architettura può rendersi utile”.

Bisognerebbe fare un’intera intervista su questa parola così preziosa e non ho le pretese di essere esaustivo in una risposta, anzi. Posso solo concludere che per quanto riguarda il mio lavoro la bellezza rimane un fine. O Almeno ci provo.

r.: Cosa significa per te progettare?

n.g.: E’ una domanda molto difficile. Anche questa richiederebbe un’intervista intera e sicuramente molta più esperienza di quella che ho ora. Per ora progettare è una grande passione. Quando progettiamo con STUDIO parliamo di noi, del nostro vissuto, della nostra autobiografia. Volontariamente e involontariamente. Suoni, Odori, Immagini della nostra memoria che si intrecciano in un racconto che vuole partire dal luogo e tornare al luogo a alle persone. Tutte le architetture che facciamo contengono quelle che abbiamo vissuto e non.

Nessuno inventa nulla.

brescia
Brescia, 2016  © Nicolò Galeazzi
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Roma, 2016  © Nicolò Galeazzi
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Porto, 2016 © Nicolò Galeazzi

a cura di radioarchitettura

LAB2.0 Architecture Magazine

 

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